- Da
un quarto d’ora navigavano nel tramonto, che arrossava la fiancata
dell’overbus; verso sud la valle si era sciolta nella foschia
dell’orizzonte piatto, monotono. Più in alto nuvole di calore e
un’atmosfera spessa da cui un bagliore d’intensità pulsante,
purpurea, segnalava la posizione della cupola da riposo. I tre
vulcani Arsia, Pavonis e Ascraeus, della consistenza di un miraggio,
recuperarono lentamente la loro dimensione fisica: lungo i fianchi
solchi scavati milioni di anni prima da grani di polvere
incandescente che erano scivolati verso l’altopiano.
- -
Guarda, Bruno: siamo arrivati.
- Ilsa,
che aveva seguito accanto a lui le ultime fasi del viaggio, indicò
le luci della Cupola Hellas e la scia luminosa del faro mentre
l’imbarcazione si preparava con calma ad attraccare, lasciando
depositare la polvere sollevata dai motori, nell’eccitazione
dell’equipaggio e dei passeggeri.
- Percorsero
la strada dall’approdo in leggera salita verso il loro alloggio,
dove trovarono il giardino avvolto nell’oscurità, sul tavolo
all’aperto un messaggio di benvenuto e una bottiglia di vino.
- -
La cisterna è piena! - gridò Ilsa. Vado a fare una doccia!
- -
Aspetta, vieni qui.
- Lei
si era già liberata del vestito leggero scoprendo i seni chiari: un
leggero sudore luccicava sulla pelle e le incollava i capelli sulla
nuca.
- -
Che intenzioni hai? - sorrise Ilsa dirigendosi verso il letto.
- Lui
le accarezzò il collo.
- -
Ma sono sudata, aspetta...- la donna si sottrasse sorridendo accanto
alla finestra tra le valigie da disfare, poi si arrese agli
abbracci, finì di svestirsi; a luci spente Bruno riconobbe le forme
della moglie.
- Quando
Ilsa si addormentò, Bruno rimase a guardarne la posa scomposta, le
cosce, i seni appesantiti nell’abbandono: da tempo i mutamenti di
quel corpo erano diventati più visibili, la pienezza delle curve
stava cedendo il posto ad una specie di eccessiva floridezza; si alzò
dal letto in silenzio, imbarazzato della sua stessa goffa nudità.
- Fuori,
dietro l’oblò, la massa scura di Arsia celava una parte del cielo
stellato; il ronzio del condizionatore gli conciliò il sonno.
-
- Fu
svegliato dalla voce di Ilsa che parlava con Frank.
- Dall’oblò
una striscia di sole attraversava le lenzuola; guardò l’orologio,
si alzò uscendo sulla veranda in ombra.
- -
Dottor Boschi, ben svegliato!
- -
Ciao Frank, da quanto tempo...
- -
Dall’estate scorsa, più o meno.
- -
Accidenti: è un anno che non venivamo?
- -
Colpa tua, intervenne Ilsa, e dei tuoi convegni sulla Terra. Frank
ci ha procurato una lancia a impulsi.
- -
Questa è una buona notizia! Possiamo vederla?
- -
Giù al porto: sembra nuova.
- -
Andiamo subito, allora! Tra un’ora al Molo B.
- -
Va bene. Arrivederci, signora Boschi.
- -
Arrivederci, Frank, e mi saluti Nina.
- -
Senz’altro.
- -
Ciao, Frank: tra un’ora.
- -
Certo, dottor Boschi.
-
- Vista
dalla strada l’alloggio si presentava come un basso cubo preceduto
dai pilastri massicci; sul tetto, sormontato dalla gobba di una
cisterna, spuntava la chioma di un gelso che si sporgeva sulla
cenere di un giardino ricco di piante testarde. Su tutto,
l’opalescenza traslucida della cupola e il giallo del cielo.
- L’attenzione
di Bruno si rivolse al vulcano la cui cima, visibile da qualsiasi
punto della pianura, era appena velata da nuvole trasparenti.
Percorse il breve tratto di strada fino all’incrocio con la via
principale, che tagliava l’abitato dall’Osservatorio, proprio
davanti al cratere Arsia. Sulla sinistra gli spazi lasciati scoperti
tra la parete curva della cupola e gli alloggi facevano scorgere a
tratti la distesa color ruggine della superficie di Marte; a destra,
in leggero pendio, rocce e sedimenti.
-
- Quando
tornò il modulo abitativo era immerso in un biancore violento. Ilsa
era accompagnata da Pierre, che le mostrava i progressi delle
verdure idroponiche nell’orto. Il gelso copriva buona parte del
terreno di fronte alla veranda con la sua ombra, ai piedi
dell’albero le more mature macchiavano il lastricato di rosso.
- Ilsa
assaggiò una mora; un’altra le si disfece tra le dita.
- Il
pareo arancione sarebbe stato il suo unico abito durante la
permanenza nella cupola; tra poco avrebbe abbandonato anche le
scarpe. Si sfilò i sandali assaporando la sensazione del contatto
ruvido e caldo con la pietra, poi accomiatò Pierre che continuava a
guardarle sorridente i piedi. Salì sul tetto liscio della casa: da
lassù si poteva scorgere il tessuto variegato dei tetti degli
alloggi. Per Ilsa la cupola significava il compimento di quel lungo
sogno che era stata la sua infanzia: il lavoro del padre al
completamento della terraformazione, gli studi di biologia spaziale,
il matrimonio con Bruno, un geologo anche lui innamorato di Marte.
Si spogliò sul materassino scolorito vicino alla cisterna: restò a
guardarsi la pelle bianca con gli occhi socchiusi, lasciando che una
mano scivolasse di lato sulla parete liscia del tetto.
-
- La
giornata alle pendici dell’Olympus con Frank si era conclusa
felicemente: Bruno era eccitato e bruciato dal sole, Frank lo
osservava divertito bevendo vino e gettando qualche occhiata
sorridente verso Nina e Ilsa, che ridevano gettando la testa
all’indietro.
- -
Domani conoscerete Alta.
- -
Chi? - Risposero quasi al’unisono Ilsa e Bruno.
- -
Una biomec: è al seguito del Professor Korda… - ridacciò Frank.
Verranno a stare proprio qui, vicino a voi…
- -
Oddìo: quei… cosi
mi imbarazzano sempre un po’ – fece Bruno.
- -
Ma dài! Io ci ho lavorato spesso: assolutamente affidabili,
infaticabili… - disse Ilsa.
- -
Ecco lo spirito teutonico… - replicò Bruno sorridendo.
- -
Hai detto che si chiama… Alta? - Si illuminò Ilsa - Ma sì! Mi
sembrava di conoscerla: ha collaborato al collaudo del nuovo
ricettore neurale, due o tre anni fa. C’ero anch’io
nell’equipe di Korda.
-
- Alta
li salutò da lontano: aveva indosso un vestito leggero e corto con
le spalline e ai piedi un paio di grosse e alte scarpe da
ginnastica: i capelli neri corti, il petto esile e l’andatura
atletica le davano l’aspetto di un ragazzo, subito contraddetto
dalle gambe lunghe e sottili e dalla vita snella ed elastica. La
bocca, dalle labbra carnose era schiusa in un sorriso, mentre
fissava, quasi scrutandola, Ilsa, che del resto faceva altrettanto
con lei: sembrava volessero misurare la distanza tra l’umano e il
non umano, colmandola velocemente nei pochi metri che ancora le
dividevano.
- -
Ciao…
- Le
due donne si abbracciarono dopo un attimo di esitazione...
- -
E questo sarebbe il famoso Bruno! - Lo squadrò per un attimo, prima
di appoggiare la guancia sulla sua in un bacio distratto, preferendo
subito dopo tornare su Ilsa.
- -
Devi raccontarmi un sacco di cose.
- -
Anche tu. Come va il lavoro all’Università?
- -
Le solite cose. Il Prof Korda ha collaudato un nuovo sistema di
trasmissione. Mi ha piantato qui per una riunione ristretta su Luna
3.
- Si
avviarono verso casa mentre sul molo stavano accendendosi i lampioni
al neon.
- -
Ti ricordi la prima volta che ci siamo conosciute? Eri stata
appena...
- -
Sì, attivata! Da appena qualche giorno.
- -
Quattro anni fa: mi sarei sposata la primavera successiva.
- -
Caro Bruno, la tua Ilsa quell’anno si scatenò! Adesso non lo
vuole dire ma in quel convegno in Bretagna...
- -
Ma dài...- si schermì Ilsa.
- -
Ops! Dimentico la gelosia retroattiva del maschio latino… ridacchiò
Alta.
-
- Alla
fine della cena gli occhi neri della biomec si erano fatti lucidi
grazie anche ai bicchieri di vino che avevano accompagnato il pasto.
Alta accese una sigaretta offrendone una alla sua amica, che la
accettò.
- -
Da quando fumi? - chiese il marito ad Ilsa.
- -
Eh, Bruno, quante cose non sai di tua moglie - rispose la giovane
ospite aspirando una boccata di fumo e accavallando le gambe.
- L’uomo
si ritirò in cucina e stette per un po’ a guardarle da dietro la
persiana: Ilsa aveva già contagiato Alta con la sua abitudine dei
piedi scalzi ed entrambe, alzatesi da tavola, erano sulle poltrone
di vimini con i piedi sulla seduta, accoccolate una di fronte
all’altra, in una conversazione fitta. Ilsa gesticolava
vivacemente nel parlare e Alta l’ascoltava a volte seria, il palmo
della mano a sorreggere la guancia, più spesso sorpresa,
arricciando il labbro superiore nel ridere e soffiando lontano il
fumo della sigaretta; poi era il suo turno di raccontare e lo faceva
stringendosi le gambe e poggiando il mento sulle ginocchia unite, lo
sguardo diretto verso il pavimento.
- Bruno
ascoltò a lungo le loro voci abbassarsi di tono o esplodere in una
risata o accavallarsi in un bisticcio divertito, quindi le sentì
sfumare impercettibilmente prima di addormentarsi.
-
- L’indomani
partirono per una gita di un giorno al lago artificiale di Isidis.
Poggiarono la lancia su un pianoro isolato cui le concrezioni di
zolfo davano una colorazione giallastra. Alta li aiutò a svestire
le tute: entrati nella grande cupola si liberò subito, spinta da
Ilsa, del costume rivelando un corpo pallido da adolescente; sui
seni, appena accennati, le areole appuntite e brune si inturgidirono
a contatto con le onde, che lambirono il piccolo pube, prominente e
nero.
- -
Bruno, non vieni? - fu scosso dalle voci delle due donne che lo
invitavano a fare un bagno.
- -
Andate pure, vi raggiungo.
- Il
dorso ampio di Ilsa, i suoi fianchi floridi si accompagnavano alle
natiche asciutte e nervose di Alta e alla sua schiena da cui
emergevano, appena rilevate, le scapole.
- Quando
si allontanarono dalla spiaggia, l’uomo si avvicinò ad una
piccola depressione incorniciata dal giallo dello zolfo affiorato e
immerse le dita nel molle terriccio color ruggine del fondo
avvertendo immediatamente il calore umido provocato dalle esalazioni
di cui anche il fondo del lago era ricco, come testimoniavano le
bolle di gas che emergevano di tanto in tanto in acqua.
- Ad
un tratto, fu attirato dalle grida eccitate di Ilsa e Alta che
provenivano da dietro uno sperone di roccia lungo la riva; corse in
quella direzione e, scavalcato a nuoto lo scoglio, le vide sdraiate
a pelo d’acqua all’interno di una vasca naturale dal fondale
basso, i corpi rossi di fango.
- -
Che faccia che hai! Fa bene alla pelle! - esclamò Alta.
- -
Dài, Bruno, che facciamo la cura anche a te! - aggiunse Ilsa.
- Rimase
incantato a guardarle: Ilsa stava massaggiando il seno e il ventre
di Alta e intanto quest’ultima, raccolta una manciata dello stesso
fango, le tracciava sul volto, ridendo, dei segni; anche i capelli
subirono lo stesso trattamento, rimanendo impastati di quel
pigmento.
- -
Se pensate di coinvolgermi in questa cosa, vi sbagliate di grosso. -
si schermì celando a malapena un evidente turbamento. Il fango,
rapprendendosi, assumeva una colorazione ocra, sui volti trasformati
in maschere gli occhi vivaci e i denti candidi dietro le labbra
sorridenti brillavano di una luce più intensa: avevano assunto
l’aspetto di due creature aliene. La sua eccitazione non era
passata inosservata: Alta restò a studiarlo in acqua anche quando
Ilsa si allontanò verso le stuoie, oltre la lingua di roccia; Bruno
si immerse e la affiancò: il pube e i capelli di Alta avevano
l’aspetto di fili metallici ossidati e contorti, l’acqua lavava
via il rosso che stingeva scoprendo la pelle lucida. Ilsa li
osservava, una piega amara sul volto.
-
- Siete
mai saliti su Pavonis? - aveva chiesto Alta d’un tratto spezzando
il languore di quel pomeriggio.
- Ilsa
e Bruno si guardarono sorridendo: - Se ci siamo mai andati? La prima
volta che mettemmo piede su Marte - rispose Ilsa.
- -
No, senti: ci siamo arrampicati lassù almeno due o tre volte... –
fece pigramente Bruno.
- -
Vado subito in paese: insomma, Bruno, non vorrai mica farci andare
sole - fece con impazienza Alta.
- -
Veramente non ho ancora detto di sì! - sorrise Ilsa
accondiscendente all’eccitazione della ragazza.
-
- Quel
pomeriggio Ilsa e Bruno giacevano nel torpore: Ilsa sembrava
dormire, completamente nuda e sprofondata nella sdraio: il suo corpo
abbandonato metteva in evidenza le pieghe del ventre e
l’abbondanza delle braccia cadute dai braccioli della sedia. Alta
si trovava sotto il gelso con indosso soltanto dei calzoni corti dai
risvolti arrotolati a scoprire il più possibile le cosce: aveva
preso a cogliere le more che pendevano dai rami bassi dell’albero.
- Bruno
si alzò dalla sdraio avvicinandosi alla ragazza: le mani di lei,
gli angoli della bocca erano tinti dalle more sfatte che teneva
nelle mani giunte a coppa proprio sotto i seni dai capezzoli scuri e
lisci, anch’essi solcati da gocce di sugo violaceo; Alta tese le
braccia verso di lui offrendogli i frutti divertita, l’uomo afferrò
una manciata di more portandosele alla bocca e imbrattandosi del
loro succo, lei gli prese una mano e, con gli occhi socchiusi dalla
luce del sole, se la portò alla bocca succhiandogli le dita con le
labbra strette, in un gesto infantile.
- Ilsa,
apparentemente assopita, aveva assistito alla scena: il respiro
regolare, la bocca semiaperta a simulare il sonno.
-
- L’Osservatorio
Esterno era l’ultima tappa prima del salto decisivo verso le
bocche attive. L’edificio, un tempo utilizzato per attività di
studio dei fenomeni eruttivi, si sporgeva da una terrazza naturale
su vecchi crateri ormai spenti. I tre avevano lasciato il paese
nella tarda mattinata: le strutture bianche della base apparivano
ancora sospese in una sorta di dormiveglia. Bruno infagottato nella
sua tuta per le attività esterne, aveva davanti a sé lo zainetto
colorato di Alta le cui gambe snelle, terminavano dentro due grosse
scarpe da ginnastica nere; ne seguì per un po’ l’andatura:
nello sforzo della salita i glutei tendevano il tessuto leggero dei
pantaloncini che le scoprivano le natiche fin dove una linea mobile
le separava dallo cosce da adolescente; la canottiera le scopriva
una striscia della schiena elastica, sulla nuca i capelli aderivano
al collo sottile. Le si avvicinò d’istinto, quasi a volerla
toccare.
- -
Come va? - le chiese attraverso l’interfono.
- -
E tu? - Per due vecchietti come voi è una bella fatica, eh? Però
Ilsa, che passo...
- -
Guardavo le tue gambe - la interruppe.
- -
Lo so... - fece lei abbassando la voce.
-
- Terminato
il passaggio in terra battuta a tratti lastricata di basalto, il
sentiero si stringeva insinuandosi tra le pendici del vulcano. Alla
fatica dell’arrampicata, che durava ormai da un paio d’ore, si
aggiungeva l’aria umida e calda, quasi tangibile, all’interno
del casco. All’improvviso, in corrispondenza di una angusta
radura, un boato sordo dal crinale della montagna annunciò la
presenza ormai vicina delle bocche attive. Bruno fissò di nuovo
Alta: le braccia sollevate ed intrecciate dietro la nuca, a mostrare
le ascelle ombrate da una rada peluria; la canottiera lasciava ora
intravedere dalla sua scollatura il biancore dei seni appuntiti.
Ilsa colse lo sguardo di Bruno all’indirizzo della ragazza: Alta,
libera da tuta e casco di cui non aveva bisogno, lei impacciata dal
gonfio guscio sintetico che le permetteva di respirare e di non
morire di freddo... non era la prima volta che Bruno era attratto
dalla bellezza di un’altra donna e non sarebbe probabilmente stata
l’ultima. Stavolta però era diverso: se in precedenza Bruno aveva
cercato le sue amanti occasionali tra le quarantenni colleghe di
Ilsa, ora la scelta di Alta significava qualcosa di più, un
confronto temuto da quando quel corpo fatto di reti bioniche e
neurali aveva messo piede sull’isola: una biomec non invecchia…
- Le
bocche eruttive esalavano ritmicamente un respiro possente: i volti
dei tre apparivano a tratti abbagliate dalle esplosioni. Bruno
guardava spesso Alta, alle prese con la macchina olografica; lo
sguardo di Ilsa si sollevò stancamente dallo spettacolo naturale
che si spalancava ai loro piedi: fissò a lungo Bruno, poi si posò
sulle linee flessuose di Alta. La donna inspirò profondamente
quindi avanzò in direzione di Alta. Bruno si rese conto
improvvisamente delle intenzioni della moglie: la biomec era in
piedi proprio sul ciglio del costone di roccia che dominava
l’abisso del cratere di Pavonis; percepì il movimento di Ilsa, la
vide avanzare, ferma e decisa. La spinta di Ilsa le fece perdere
l’equilibrio: lentamente, poi sempre più rovinosamente precipitò
giù, verso le fontane di magma, le dita che artigliavano
meccanicamente e inutilmente la cenere. Un attimo prima della
caduta, Ilsa aveva letto sul viso di Alta un ultimo sorriso, tra il
sorpreso e l’incredulo.
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